La cataratta è una patologia oculare, caratterizzata da un’opacizzazione del cristallino, la lente posta all’interno dell’occhio che consente di mettere a fuoco le immagini sulla retina.

Può colpire uno o entrambi gli occhi e compromettere la visione. Nella quasi totalità dei casi, la cataratta è legata al processo di invecchiamento e dunque interessa pazienti anziani. Vi sono però anche forme giovanili, che hanno origine congenita e possono essere dovute a farmaci, traumi e patologie. Altre possibili cause sono un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti, radiazioni ionizzanti, e il fumo.

Con l’avanzare dell’età, il cristallino da limpido diviene gradualmente opaco; un offuscamento dovuto all’aggregazione e all’ossidazione delle proteine del cristallino. La cataratta può compromettere significativamente la visione, inficiando l’esecuzione delle attività quotidiane e limitando l’autonomia di chi ne soffre.

Grazie all’aiuto del professor Paolo Vinciguerra, Responsabile di Humanitas Centro Oculistico, vediamo come si affronta la cataratta; dai sintomi alla diagnosi, fino ad arrivare al trattamento chirurgico.

Dai sintomi alla diagnosi

La visione annebbiata tipica dell’opacizzazione del cristallino è progressiva; può accompagnarsi ad abbagliamento alla luce frontale, sdoppiamento delle immagini, peggiore percezione dei colori, e talvolta a un iniziale apparente transitorio miglioramento della vista.

“Considerata l’incidenza della patologia nei soggetti anziani, anche in assenza di sintomi, dai 55 anni è bene sottoporsi a una visita oculistica periodica”, consiglia il professor Vinciguerra.

La diagnosi si effettua nel corso di una visita specialistica e può avvalersi di esami quali l’esame biomicroscopico completo e l’esame della refrazione e dell’acutezza visiva. Più avanzate metodiche diagnostiche comprendono l’aberrometria oculare: questo esame analizza le proprietà ottiche dell’occhio ed è in grado di riconoscere, spesso prima dei sintomi più conclamati, la “sindrome del cristallino disfunzionale”, cioè quella fase in cui si apprezza un disagio visivo ma non sono ancora presenti altri e più marcati segni. In previsione dell’intervento poi, il paziente verrà sottoposto a ulteriori indagini specifiche.

L’intervento chirurgico è l’unico trattamento

“Al momento, l’unico trattamento in caso di cataratta è l’intervento chirurgico. A seconda della severità della cataratta e del disagio visivo a essa associato, l’oculista stabilirà quando intervenire. Obiettivo dell’intervento è asportare la parte del cristallino opacizzata e impiantare una lente sostitutiva, il cosiddetto cristallino artificiale o IOL (Intra Ocular Lens)”, precisa il prof. Vinciguerra.

L’intervento si esegue in day hospital, in anestesia locale somministrando gocce di collirio e prevede l’uso di un microscopio operatorio. È di breve durata, sicuro e indolore. Il paziente verrà invitato a tenere l’occhio coperto per un giorno e dopo qualche giorno dall’intervento, si osserva già un soddisfacente recupero visivo.

In Humanitas la chirurgia è a bassa pressione

Presso il Centro Oculistico di Humanitas l’intervento di cataratta viene eseguito a bassa pressione, un sistema innovativo che permette di mantenere la pressione dell’occhio a un livello vicino a quello fisiologico, contrariamente a quanto accade con un intervento tradizionale. Tra i vantaggi: una riduzione del dolore, una migliore conservazione e protezione dei tessuti e una maggiore precisione e sicurezza per il paziente.

Come spiega il professor Vinciguerra: “Nel corso dell’intervento, il cristallino opacato viene fluidificato mediante ultrasuoni o per mezzo del laser a femtosecondi e il materiale così frammentato viene aspirato con microsonde. Per compiere questa operazione  è necessario infondere e aspirare liquidi a pressione controllata, per evitare che l’occhio si afflosci oppure – al contrario – sia sottoposto ad alte pressioni.

Una pressione non fisiologica infatti può causare gravi complicanze, ecco perché questa fase è molto delicata: a un eccessivo abbassamento della pressione si associa il rischio di collasso dell’occhio e dunque è fondamentale regolare la quantità di liquido in entrata. Grazie a questa nuova tecnologia, dotata di sensori che misurano la pressione all’interno dell’occhio in tempo reale, è possibile irrorare solo la quantità di liquido necessaria, mantenendo la giusta pressione. Paragoniamo questa nuova metodica di preservazione della pressione intra-oculare durante l’intervento alla pressione sanguigna. Cosa succederebbe se per operare un individuo che ha una pressione sanguigna di 120 mm di mercurio fossimo costretti a portarla a 500 o più mm di mercurio? Qui i danni sono più comprensibili. Sino a oggi si è parlato poco dei danni da elevazione della pressione all’interno dell’occhio in questa chirurgia. La pressione normale è di 10-12 mm fino a un massimo di 20. Durante la chirurgia con vecchi metodi non è raro raggiungere 70-80 mm, cioè da 4 a 7 volte superiore alla partenza. In queste condizioni tutti i tessuti sono in grande stress e peggio ancora il flusso sanguigno alla retina e al nervo è quasi arrestato”.

L’introduzione del laser a femtosecondi

“Un’altra innovazione importante è l’introduzione del laser a femtosecondi, grazie al quale possiamo robotizzare buona parte della chirurgia con migliore sicurezza e maggiore ripetibilità della procedura. Il laser determina una separazione del cristallino in moltissimi piccoli frammenti che saranno poi aspirati. Questa fase avviene senza apertura dell’occhio a pressione costante. In questo modo si riducono i flussi di liquido che impoveriscono il patrimonio delle cellule endoteliali corneali che non hanno capacità di riprodursi, e si aggiunge una precisione che la manualità non può raggiungere”, ha concluso il prof. Vinciguerra.

 

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