In Italia solo il 10% delle diagnosi di tumore al fegato avviene in fase iniziale e le percentuali di guarigione sono ancora basse: si pensi che solo il 20% dei pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi di epatocarcinoma.

Ci sono però importanti novità per i pazienti con malattia avanzata e già sottoposti a trattamento, come emerge dallo studio Celestial, i cui risultati erano stati presentati in sessione orale dal dottor Ghassan K. Abou-Alfa (Memorial Sloan Kettering Cancer Center, New York) in occasione di ASCO-GI, il meeting di ASCO (American Society of Clinical Oncology) dedicato ai tumori gastrointestinali, svoltosi a gennaio a San Francisco. Risultati che sono stati riproposti in occasione del 54° meeting ASCO (1-5 giugno scorsi, Chicago) in una Poster Discussion Session sempre dal dottor Abou-Alfa.

Come ci spiega la dottoressa Lorenza Rimassa, Vice Responsabile dell’Unità Operativa di Oncologia Medica in Humanitas, che ha presentato ad ASCO una sotto-analisi dello studio Celestial: “Celestial è uno studio multicentrico internazionale di fase III randomizzato, che ha coinvolto più di 700 pazienti e ha valutato cabozantinib (un farmaco target) verso placebo in seconda o terza linea nei pazienti con epatocarcinoma avanzato precedentemente trattati con sorafenib, la terapia standard per questa malattia. Lo studio è stato condotto verso placebo perché al suo avvio non c’era ancora uno standard di seconda linea”.

I risultati dello studio

“L’Italia e in particolare Humanitas hanno dato un contributo chiave a questo studio, i cui risultati sono molto interessanti in quanto si è dimostrato un vantaggio di cabozantinib rispetto al placebo con una sopravvivenza che aumenta di due mesi (10,2 mesi con cabozantinib rispetto a 8 mesi con placebo) e una sopravvivenza libera da malattia più che raddoppiata (5,2 mesi con cabozantinib e 1,9 mesi con placebo) in pazienti precedentemente trattati con sorafenib ed eventualmente trattati con un’ulteriore linea di trattamento; pazienti che avevano dunque ricevuto una prima e una seconda linea di trattamento.

In questo studio sono rientrati sia pazienti che non avevano tollerato la precedente linea con sorafenib sia pazienti che erano andati in progressione di malattia e dunque, poiché lo studio si è dimostrato positivo, disponiamo di una nuova opzione terapeutica sia per i pazienti intolleranti a sorafenib sia per quelli che non avevano risposto alla sua assunzione.

Poiché lo studio ha consentito l’ingresso di pazienti che avevano ricevuto due precedenti linee di trattamento, cabozantinib si è dimostrato efficace non solo in seconda linea, ma anche in terza linea dove fino a oggi non avevamo alcun trattamento disponibile”, ha precisato la dottoressa Rimassa.

Le due sotto-analisi presentate ad ASCO

Nel corso del meeting sono state presentate due sotto-analisi dello studio Celestial sotto forma di poster, una da parte della dottoressa Rimassa e una della dottoressa Robin Kate Kelley (University of California San Francisco).

Il poster presentato dalla dottoressa Rimassa era dedicato all’efficacia e alla tollerabilità del farmaco in base all’età dei pazienti, divisi in due gruppi: uno sotto i 65 anni e uno di 65 anni o più. Ne è emerso che l’efficacia è sovrapponibile nei due gruppi e che la tollerabilità è buona per entrambi.

La seconda sotto-analisi era dedicata ai pazienti trattati solo con sorafenib e ha confermato l’efficacia di cabozantinib.

Epatocarcinoma: diagnosi tardiva e opzioni terapeutiche limitate

“Nell’epatocarcinoma le opzioni terapeutiche sono tuttora limitate. Da circa dieci anni disponiamo di sorafenib, che fino a due anni fa era l’unico farmaco per la cura dei pazienti con questo tumore. Negli ultimi due anni alcuni studi di fase III sono risultati positivi, aprendo la strada ad altri farmaci come regorafenib (a breve disponibile in Italia), lenvatinib, cabozantinib e ramucirumab, ma l’epatocarcinoma rimane comunque una patologia ancora molto da studiare.

La diagnosi di questo tumore è spesso tardiva. Nell’80-90% dei casi viene individuato nei pazienti cirrotici e sebbene per questi sia raccomandata una sorveglianza con ecografia ogni sei mesi, in molti casi questa non viene effettuata. Si aggiunge poi la quota di pazienti che non sa di avere un’epatopatia e che dunque non è sotto controllo. Inoltre nei pazienti in cui il tumore insorge su fegato sano (e dunque senza cirrosi), la diagnosi avviene solo alla comparsa di sintomi o di metastasi a distanza, impedendo di fatto una diagnosi precoce”, precisa la specialista.

I fattori di rischio e il futuro della ricerca

Nel 2017 nel nostro Paese sono stati diagnosticati 12.900 nuovi casi di cancro del fegato (8.900 uomini e 4.000 donne); un tumore i cui casi si registrano soprattutto al Sud perché come spiega la dottoressa Rimassa: “L’epatocarcinoma insorge prevalentemente in pazienti cirrotici e la cirrosi ha tra le sue cause principali l’infezione da virus dell’epatite B e C, l’alcol e la sindrome metabolica (diabete, ipertensione, dislipidemie). Le infezioni da virus dell’epatite B e C sono più frequenti nel Sud Italia, motivo per cui il tumore è più diffuso nelle regioni meridionali”.

Il trattamento prevede chirurgia, trapianto di fegato o terapie locoregionali (come per esempio ablazione o chemioembolizzazione), finché rimane localizzato al fegato.

“Quando la malattia è in stadio avanzato, l’indicazione è alla terapia sistemica e i pazienti spesso dovrebbero accedere prima a tali terapie. È infatti forte il dibattito nella comunità scientifica su quando effettuare il passaggio dai trattamenti locoregionali a quelli sistemici. Un altro problema da affrontare è, a oggi, la quasi completa assenza di biomarcatori per selezionare i pazienti candidabili a una specifica terapia. Il futuro della ricerca va proprio in questa direzione”, ha concluso la dottoressa Rimassa.