TAC, Risonanza magnetica e PET: sono tre esami diagnostici molto diffusi. Ma in cosa si differenziano e quando si ricorre all’uno o all’altro? Ne ha parlato il professor Arturo Chiti, Responsabile di Medicina Nucleare in Humanitas, in una video intervista al Corriere della Sera.

“Disponiamo di diversi esami perché nessuno di questi può essere considerato il migliore in assoluto: ogni esame infatti ha la capacità di vedere il nostro corpo in maniera diversa.

La TAC (Tomografia assiale computerizzata) è forse l’esame più conosciuto e attraverso l’uso di raggi X permette di osservare differenze in termini di densità e di forma degli organi. La Risonanza Magnetica (RM o RMN) fornisce un’idea di come si distribuiscono le molecole di acqua nel nostro corpo. La PET (Tomografia a emissione di positroni) si avvale di specifiche sostanze, dette radiofarmaci, che permettono di osservare alcune strutture od organi particolari e riesce a riconoscere alcuni processi metabolici.

La TAC dunque ci dà un’idea della forma, la Risonanza ci dà non solo un’idea della forma ma aggiunge anche una componente funzionale, la PET invece ci dà un’idea della funzione: un tessuto magari appare più funzionante perché consuma più energia (ovvero più zucchero) e dunque potrebbe essere tumorale, oppure presenta determinate caratteristiche metaboliche che possono essere definite utilizzando i radiofarmaci”, ha spiegato lo specialista.

La PET e i diversi radiofarmaci

“La PET non esiste come metodica singola perché a seconda del radiofarmaco che viene utilizzato si possono osservare cose diverse. Per esempio, il cervello è l’organo del nostro corpo che consuma più zucchero e se ci sono delle zone che funzionano meno possiamo osservare un abbassamento del consumo di zucchero. Come lo notiamo? Iniettiamo una sostanza che viene presa dalle cellule come se fosse zucchero e che ha attaccata una lampadina che emette dei positroni. Potremmo però anche vedere com’è il flusso di sangue cerebrale, iniettando per esempio dell’acqua resa radioattiva oppure osservare i depositi di amiloide, che potrebbero essere aumentati nei pazienti che hanno la malattia di Alzheimer.

Se con la TAC (anche con mezzo di contrasto) abbiamo solo un’immagine di densità e con la Risonanza vediamo meglio i tessuti molli perché sono ricchi di acqua, con la PET abbiamo più possibilità a seconda del radiofarmaco utilizzato: il consumo di zucchero, i depositi di amiloide, il rimaneggiamento dell’osso o l’espressione di particolari recettori di alcuni tumori. La PET è quindi un esame che si definisce funzionale perché ci permette di vedere alcune caratteristiche peculiari dei tessuti”, ha continuato il prof. Chiti.

Ci sono esami capaci di fondere le diverse metodiche?

“Attualmente si parla di imaging ibrido o multimodale: i macchinari per la PET infatti eseguono PET e TAC perché la PET è appunto un esame funzionale e quindi non fornisce un’idea dell’anatomia esatta della lesione o dell’alterazione che possiamo localizzare, mentre la TAC è una metodica che ci dà una valutazione peculiare e precisa dell’anatomia e dunque la PET-TAC ci consente di avere a disposizione il meglio delle due metodiche. Sono anche disponibili macchinari che eseguono PET e Risonanza magnetica nello stesso tempo.

Una sola metodica di immagine infatti non è quasi mai sufficiente per avere tutte le informazioni che occorrono”, ha concluso il professor Chiti.

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