La cistite è un’infiammazione del basso tratto urinario, che può colpire sia gli uomini che le donne. Conosciamo meglio questa patologia e come si cura, grazie all’aiuto del dottor Massimo Lazzeri, urologo in Humanitas.

La cistite viene in genere diagnosticata attraverso i sintomi che la paziente riferisce. I sintomi caratteristici di questa condizione sono: aumento della frequenza urinaria, dolore durante la minzione, senso di fastidio sovrapubico, sensazione di ingombro e di peso; può inoltre esservi la presenza di sangue nelle urine. Ai primi sintomi di cistite occorre rivolgersi al proprio medico, che prescriverà gli esami più appropriati e laddove necessario, indirizzerà la paziente allo specialista di riferimento, nel caso in cui la situazione clinica lasciasse dei dubbi.

Alcune forme di cistite sono di intensità modesta e si presentano con aumento della frequenza urinaria e bruciore; vi è poi una forma più intensa, associata al sangue nelle urine, che prende il nome di ematuria. In questo caso, il dolore a livello uretrale durante la minzione è molto forte.

Come si cura la cistite?

La cistite si cura seguendo due strade diverse ma complementari. Innanzitutto, è bene aumentare il proprio introito liquido, assumendo quindi molti liquidi, e poi è bene assumere degli integratori, mirtillo in primis.

Numerose evidenze che nascono dalla letteratura scientifica dimostrano che la principale proprietà del mirtillo è quella di inibire l’adesione dei batteri alla mucosa vescicale. L’infezione, infatti, nasce nel momento in cui i germi, aderendo alla mucosa vescicale, si nutrono e proliferano, generando appunto la cistite.

Quando occorrono gli antibiotici?

Purtroppo è invalso l’uso di ricorrere all’antibiotico appena si manifestano i sintomi della cistite, ma dobbiamo ricordare che questa terapia va usata solo in presenza di un’infezione batterica.

L’utilizzo inappropriato degli antibiotici può rappresentare un problema a lungo termine in quanto si possono sviluppare delle vere e proprie colonie di germi e batteri antibiotico-resistenti. Inoltre, la diffusione di germi e batteri antibiotico-resistenti rappresenta, nel medio-lungo periodo, un vero e proprio pericolo per la salute pubblica.

L’utilizzo del D-mannosio

La parete interna della vescica svolge un ruolo di impermeabilità: essa, infatti, impedisce al liquido presente nella vescica (contenente sostanze tossiche che occorre eliminare dall’organismo) di trasudare. Affinché la trasudazione non avvenga, esistono delle strutture prevalentemente a base di zuccheri (in termini molto generali) che proteggono dall’assorbimento di sostanze tossiche e, allo stesso tempo, prevengono l’adesione dei germi alla mucosa vescicale. L’utilizzo del D-Mannosio permette di ricostruire l’integrità della mucosa vescicale, cioè di ristabilire, per così dire, una buona “smaltatura” dell’interno della vescica, rappresentando una valida prevenzione delle recidive delle infezioni batteriche.

Lo troviamo sotto forma di integratore e in varie formulazioni. Il problema del D-Mannosio è legato prevalentemente al dosaggio. Molto spesso si devono assumere dosi abbastanza elevate e, quindi, la terapia richiede somministrazioni multiple nell’ambito della giornata. Questo può rappresentare un ostacolo al completamento della cura o al mantenimento della profilassi, proprio per la difficoltà della paziente di seguire quotidianamente, con impegno e costanza, il dosaggio prescritto.

L’acido ialuronico può essere utilizzato per curare la cistite?

L’acido ialuronico è l’ultimo arrivato dei dispositivi di profilassi non antibiotica. Oggi è uno dei dispositivi su cui c’è maggiore attenzione da parte della letteratura e della comunità scientifica. L’utilizzo dell’acido ialuronico può essere effettuato sia per via intravescicale – e quindi, rispetto agli altri dispositivi come mirtillo e D-Mannosio, viene portato attraverso un’instillazione direttamente a contatto con la vescica – sia per bocca.

A conferma dell’importanza riconosciuta oggi all’acido ialuronico, è stato pubblicato recentemente un lavoro scientifico sul British Medical Journal, in cui si è dimostrato come, a distanza di un anno, la prevenzione delle recidive infettive sia stata migliore laddove si era utilizzato solo l’acido ialuronico. Si è visto infatti che la terapia antibiotica, con il passare del tempo, determinava l’insorgenza di ceppi batterici resistenti.

 

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