Si è svolto dal 2 al 6 giugno a Chicago, negli Stati Uniti, il meeting annuale di Asco (American Society of Clinical Oncology), il principale congresso oncologico a livello internazionale.

Al congresso ha preso parte anche la dottoressa Lorenza Rimassa, Vice Responsabile dell’Unità Operativa di Oncologia Medica in Humanitas, con una presentazione orale inerente lo studio “Second-line tivantinib (ARQ 197) vs placebo in patients with MET-high hepatocellular carcinoma: Results of the METIV-HCC phase III trial”.

Si tratta di uno studio di fase III che ha coinvolto 340 pazienti con epatocarcinoma con alta espressione di MET, il recettore per il fattore di crescita degli epatociti, coinvolto nella progressione e nella metastatizzazione di questa neoplasia.

 

 

Lo studio e i risultati

Lo studio ha visto il coinvolgimento di una popolazione selezionata di pazienti, quelli con un’alta espressione di MET, un biomarcatore per questo tipo di tumore. A questi pazienti è stato somministrato tivantinib (o placebo con rapporto 2:1) dopo fallimento del trattamento standard con sorafenib.

“Sebbene nella fase I e nella fase II i risultati siano stati positivi, lo studio di fase III non ha confermato una reale efficacia del farmaco nella popolazione selezionata. Ciononostante possiamo però trarre alcune indicazioni importanti nell’ambito della ricerca”, spiega la dottoressa Rimassa.

Il ruolo dei marcatori

“È bene innanzitutto osservare come siano stati trattati solo i pazienti che presentavano un’alta espressione di MET, è la prima volta nel caso dell’epatocarcinoma che si seleziona un trattamento sulla base di un marcatore ed è dunque un importante passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata.

Dallo studio è poi emerso che l’espressione di MET è più frequente dopo il trattamento standard con sorafenib, ne deduciamo dunque che il tumore ha una sua plasticità e che pertanto occorre valutare i marcatori in diversi momenti. MET infatti varia nel tempo e questo è un dato importante da considerare, perché può valere anche per altri marcatori.

Segnaliamo infine che la sopravvivenza dei pazienti trattati con placebo è stata decisamente più lunga rispetto a quanto atteso e anche questo è un dato molto positivo”, sottolinea la dottoressa Rimassa.

La partecipazione di Humanitas agli altri studi

Al congresso è stato inoltre presentato il poster di uno studio multicentrico internazionale, che ha visto anche la partecipazione di Humanitas con la dottoressa Lorenza Rimassa e il dottor Nicola Personeni, specialista in Oncologia medica e ricercatore universitario.

“ARQ 087, an oral pan-fibroblast growth factor receptor (FGFR) inhibitor, in patients with advanced intrahepatic cholangiocarcinoma with FGFR2 genetic aberrations”: questo il nome dello studio che ha coinvolto 35 pazienti con colangiocarcinoma intraepatico con alterazioni molecolari di FGFR2 (fattore di crescita dei fibroblasti).

I pazienti sono stati trattati con ARQ 087, inibitore del fattore di crescita dei fibroblasti. Dai risultati è emerso che 6 pazienti hanno avuto una risposta positiva, con una riduzione del tumore, e in 17 pazienti si è registrata stabilità della malattia.

“I dati sono interessanti, è previsto ora un ulteriore studio con un più ampio numero di pazienti e ci lavoreremo anche in Humanitas. Se i risultati saranno positivi, lo studio dovrebbe portare alla registrazione del farmaco”, spiega la dottoressa Rimassa.

Sono stati infine presentati anche i risultati dello studio “FOLFOX4/XELOX in stage II–III colon cancer: Efficacy results of the Italian three or six colon adjuvant (TOSCA) trial”, uno studio italiano multicentrico nell’ambito di un’importante collaborazione internazionale sul tumore del colon-retto, cui ha preso parte anche Humanitas.