logo

Humanitas.it La Ricerca

Naviga per


Medicina della Riproduzione

Dipartimento


Paolo Emanuele Levi Setti , Presidente della Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione (SIFES e MR), è in Humanitas dal 1996 ed è Direttore del Dipartimento di Ginecologia e Medicina della Riproduzione del quale fanno parte l’Unità Operativa di Ginecologia e Medicina della Riproduzione, diretta dallo stesso dott. Levi Setti, e l’Unità Operativa di Ginecologia diretta dal dott. Domenico Vitobello.

 

Una struttura interamente dedicata

L’Unità Operativa di Ginecologia e Medicina della Riproduzione ha a disposizione un intero blocco dedicato alle attività ad alta tecnologia della procreazione medicalmente assistita (PMA) in ogni suo aspetto: prelievo degli ovociti, coltura embrionaria, crioconservazione dei gameti e degli embrioni, prelievo chirurgico degli spermatozoi, interventi endoscopici di diagnosi e terapia della patologia utero-tubarica in ambito riproduttivo. In questa tipologia di interventi chirurgici la scelta della chirurgia mini invasiva e’ caratterizzata dall’impiego di ottiche ed accessi di diametro molto inferiore a quello usuale nella chirurgia laparoscopica, con attenzione quindi non solo alla ripresa della paziente ed alla riduzione delle complicanze, ma anche alle sue istanze estetiche. Questo lavoro e’ supportato da un programma di counselling e prestazioni ambulatoriali, che integra la diagnostica e l’attività di procreazione medicalmente assistita a bassa tecnologia. Il progetto di follow-up delle coppie e delle gravidanze e’ curato da due psicologhe e inserito in un progetto qualità denominato Humanitas for couples and children care project (CCCP). arrow_anchor_top   inizio

 

Dati, attività e pubblicazioni

La struttura di PMA di Humanitas è per numero di cicli, la più grande in Italia e una delle più grandi in Europa: ha raccolto oltre 20.000 cicli di assistenza (sommando tutte le tecniche eseguite) e svolge oltre 2.500 procedure di procreazione assistita ogni anno. Nell’ambito dell’a ttività di prevenzione dell’infertilità e sviluppo di nuove tecnologie, la PMA dell’Istituto vanta una delle maggiori esperienze al mondo nella crioconservazione dei gameti femminili.

Nel 2006 sono stati pubblicati i risultati dell’attività 1989-2003 con 303 cicli di congelamento e 156 cicli di scongelamento (Levi Setti PE, Albani E, Novara PV, Cesana A, Morreale G. Cryopreservation of supernumerary oocytes in IVF/ICSI cycles. Human Reprod 2006;21:370–5), e nel 2008 i dati di 1280 cicli di scongelamento con diversi protocolli di crioconservazione al dicembre 2007 con l’ottenimento di 144 gravidanze (Albani E, Barbieri J, Novara PV, Smeraldi A, Scaravelli G, Levi Setti PE. Oocyte Cryopreservation. Placenta 2008;143-146). Una casistica superiore a 1.800 cicli di scongelamento con oltre 200 gravidanze ottenute sulle circa 1000 gravidanze sinora riportate nel mondo. Questa attività ci ha consentito di condurre studi multicentrici in collaborazione con Istituto Superiore di Sanità (ISS) di grande rilevanza scientifica (Borini A, Levi Setti PE, Anserini P, De Luca R, De Santis L, Porcu E, La Sala G, Ferraretti A, Bartolotti T, Coticchio G, Scaravelli G. Multicenter observational study on slow-cooling oocyte cryopreservation: clinical out come. Fertil Steril 2010 in press).

Nel 2009, in Humanitas, si sono ottenute 505 gravidanze con tecniche di procreazione assistita, ma, esattamente come avviene per i concepimenti spontanei il cui apice si ha ai 25 anni di età della donna, così i metodi di PMA hanno un tasso di successo che supera il 50% nelle donne sotto i 30 anni che diminuisce progressivamente nelle età successive. In Lombardia, per esempio, dove l’età media delle donne che cercano di avere un figlio con assistenza medica è più alta che nel resto d’E uropa, il tasso di insuccessi della riproduzione assistita è più alto. arrow_anchor_top   inizio

 

Crioconservazione e prevenzione dell’i nfertilità

La crioconservazione delle cellule uovo è fondamentale per la terapia dell’infertilità, perché consente di disporre di una riserva di ovociti non utilizzati su cui ripetere un tentativo di ricerca della gravidanza con un successivo ciclo di fecondazione assistita, senza necessità di una nuova stimolazione ovarica.

Nell’ambito della prevenzione dell’infertilità, è un’opportunità per le pazienti oncologiche in età riproduttiva (prevalentemente per casi di leucemia o linfomi, che hanno più frequentemente una buona prognosi). Il congelamento degli ovociti di pazienti oncologiche non è ancora una prassi consolidata, soprattutto per mancanza d’informazione, ma anche perché è una tecnica relativamente nuova: mentre il congelamento dello sperma prelevato a un paziente malato di cancro, prima della terapia oncologica (radio, chemio o chirurgica) per essere utilizzato a guarigione avvenuta, viene praticato da ormai una ventina d’anni, il congelamento degli ovociti è stato introdotto nella pratica clinica solo dal 2000. E’ una tecnica nata in Italia, a cui si è fatto sempre più ricorso come diretta conseguenza delle limitazioni imposte dalla legge (art. 14 della legge 40/2004 Norme in materia di procreazione medicalmente assistita: ‘E’ vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni’)”. Anche dopo che la Corte Costituzionale nel maggio 2009 rimosso molti dei limiti imposti dalla legge 40, è un importante supporto a aumentare le probabilità di successo, riducendo il numero di embrioni che vengono criooconservati. arrow_anchor_top   inizio

 

Ricerca e tecniche di crioconservazione

Il congelamento degli ovociti  non è una procedura univoca e comporta alcuni aspetti critici, che riguardano il mantenimento dell’integrità delle microstrutture anatomo-funzionali della cellula: virtualmente, gli ovociti si potrebbero conservare indefinitamente in azoto liquido a -196 C°, per poi essere riportati alla temperatura fisiologica, ma la fase di congelamento e soprattutto quella di riscaldamento possono produrre, nella cellula, danni strutturali e funzionali. Ciò può essere evitato (ma solo in parte) dall’introduzione, di sostanze dette crioprotettive, come il saccarosio. Sono in corso studi di confronto tra le due tecniche di crioconservazione: quella di congelamento lento (la cosiddetta “controlled rate slow-cooling”, che prevede un strumento programmato che stabilisce una curva di diminuzione della temperatura) e quella di congelamento rapido detto vitrificazione (per l’aspetto che assumono le cellule), che si pensa possa evitare agli ovociti il danno dato dalla formazione interna di cristalli di ghiaccio, ma per la quale occorre una concentrazione più elevata di sostanze chimiche nella soluzione preparatoria, con possibile effetto tossico sulla cellula. La vitrificazione è, inoltre, una tecnica molto dipendente dall’operatore: bastano modifiche di poco conto nella procedura, per cambiare sostanzialmente il risultato.

Un'altra linea di ricerca è quella sul congelamento, invece che di singoli ovociti maturi o immaturi (per ogni donna e’ necessario conservare almeno 10 ovociti), di una parte o della totalità del parenchima ovarico. Tale metodica è, ovviamente, l’unica possibile se si vuole “ provare” a preservare la fertilità futura in donne che si ammalano di tumore in età prepubere, ma è indicata sia nelle donne adulte che hanno tumori ormono-dipendenti, che possono avere una controindicazione, quindi, sottoporsi alla stimolazione ormonale per ottenere gli ovociti da congelare o donne in cui il tempo utile per ottenere gli ovociti e’ estremamente ridotto (necessità di iniziare in tempi brevi la chemioterapia). Il termine “provare” non è stato scelto a caso, in considerazione del basso numero di nascite (poco più di una decina, a livello mondiale) segnalate in seguito al reimpianto di parenchima ovarico scongelato, dopo la guarigione dal tumore. arrow_anchor_top   inizio

 

La sentenza 151

Molte coppie infertili vanno spesso all’estero a cercare una soluzione al loro problema, La richiesta di donazione eterologa è il solo motivo per quello che si potrebbe chiamare “esilio riproduttivo”, e non dovrebbe trovare altre indicazioni. Molte coppie si rivolgono ancora a centri esteri per pura mancanza di informazioni corrette delle potenzialità insite nella sentenza 151 della Corte Costituzionale del maggio 2009. La corretta lettura della sentenza consente di ottenere oggi in Italia l’applicazione di procedure di procreazione assistita prive delle limitazioni presenti in numerosi Paesi Europei e il Comitato Etico di Humanitas è stato tra i primi a recepire e ad applicare tale sentenza, nell’interesse delle coppie infertili. arrow_anchor_top   inizio

 

Archivio clinico protetto

Uno dei punti di forza della struttura della PMA in Humanitas è l’archivio clinico dei pazienti e delle procedure, che, a salvaguardia ulteriore dei dati sensibili, è esterno al sistema informativo dell’Istituto. Questo progetto informatico nato nel 1996 e sviluppatosi in un progetto qualità denominato ‘Paperless Operative Unit’ e’ risultato vincitore nel 2009 di un bando di ricerca della Regione Lombardia sull’informatizzazione delle procedure di PMA. Questo archivio conta oltre 16.000 cartelle cliniche della coppie, 3.600 gravidanze da tecniche di fecondazione assistita, con una percentuale di abortività del 17% (non dissimile da quella delle gravidanze spontanee, se considerate per fasce d’età) e con circa il 20% di gemellarità. Le anomalie cromosomiche nei prodotti abortivi hanno dimostrato un’incidenza comparabile sia tra le diverse tecniche (ICSI o FIVET) sia con l’abortività spontanea (Bettio D et al. Chromosomal abnormalities in miscarriages after different assisted reproduction procedures. Placenta 2008; 29: S178-83). arrow_anchor_top   inizio

 

Infertilità maschile

Sono i fattori che portano a grave infertilità maschile a porre un’ipoteca insormontabile sul successo della fecondazione assistita; essi sono spesso, inoltre, spia di anomalie dei cromosomi sessuali ed epifenomeno di una situazione gonadica danneggiata, con un rischio aumentato di tumore testicolare, meritevole di uno screening precoce e di un follow up che prescinde dall’ambito riproduittivo (Negri L et al. Cancer risk in male factor-infertility. Placenta. 2008 Oct;29 Suppl B:178-83). arrow_anchor_top   inizio


Diagnosi prenatale

Presso l’ambulatorio di diagnosi prenatale, si esegue il cosiddetto U ltra Screen, che consente di valutare l’opportunità di sottoporsi ad amniocentesi, dando un’informazione sulle probabilità di anomalie cromosomiche del feto. Il test, che si effettua tra la 12° e la 14° settimana di gravidanza, ha un tasso di falsi positivi <5% e dà una valutazione elaborata statisticamente della translucenza nucale e dei nuclei di ossificazione del naso nel lecografia del feto e della quantità di free beta HCG e di PAPP-A (Pregnancy Associated Plasma Protein A) nel sangue materno. Nel 2003 è stato dimostrato dimostrato come questa metodica fosse applicabile con successo anche alle gravidanze ottenute da procreazione assistita, riducendo il numero delle procedure di diagnosi prenatale invasiva ed i rischi a queste correlati (Ghisoni L, Ferrazzi E, Castagna C, Levi Setti PE , Masini Ac, Pigni A. Prenatal Diagnosis after ART Success: The role of early combined screening tests in counselling pregnant patients. Placenta.2003;24, S99-S103). arrow_anchor_top   inizio

STRUMENTI UTILI

Mail

Stampa

In convenzione SSN

02.8224.8282

In libera professione

02.8224.8224

Istituto Clinico Humanitas Humanitas Gavazzeni Humanitas Centro Catanese
di Oncologia
Humanitas Mater Domini Clinica Cellini
Il giornale della salutewww.humanitasalute.it Prenota una visitawww.humanitas.it Consulta il tuo refertowww.humanitasonline.com Check up e Second Opinionwww.humanitasonline.com Fondazione per la ricercawww.humanitasricerca.org Fondazione Humanitaswww.fondazionehumanitas.it Fondazione Arielwww.fondazioneariel.it