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Diabete e trombosi: una relazione pericolosa

Il diabete può provocare Trombosi? E perché un paziente diabetico ha un'alta probabilità di infarto e di ictus? Funzionano i farmaci? Trombosi e diabete colpiscono più gli uomini o le donne? A queste e altre domande risponderanno i clinici e gli scienziati che parteciperanno al convegno "Diabete e Trombosi".
Data:  27 gennaio 2010 14.00
Le malattie cardiovascolari costituiscono una gravissima minaccia per i cittadini del mondo intero: il loro impatto in termini economici è di rilevanza mondiale. E non solo nei Paesi industrializzati: l'Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2010 queste patologie diventeranno la prima causa di morte anche nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2025 i diabetici nel mondo saranno oltre 400 milioni, e ogni anno in Europa 2 milioni di persone perdono la vita in età ancora produttiva per malattie da trombosi, quali infarto, ictus, embolia.

Un paziente diabetico ha un probabilità doppia di andare incontro a un evento vascolare da trombosi rispetto a un paziente non diabetico: perché? Quali sono i meccanismi che attivano la coagulazione del sangue nel diabetico? Quali le reazioni biologiche e biochimiche che avvengono all'interno delle arterie e portano alla formazione di un trombo? I farmaci che riducono la probabilità di trombosi sono utili anche nel diabetico? E quelli che normalizzano il colesterolo, quale effetto hanno sulla probabilità che si formi un trombo? Saranno questi i temi al centro del convegno "Diabete e Trombosi", in programma presso l’Istituto Clinico Humanitas il 29 e 30 gennaio, al quale partecipano esperti clinici, farmacologi, diabetologi provenienti da Università e Istituzioni italiane e straniere: ognuno di loro affronterà uno degli aspetti peculiari che legano il diabete alla trombosi. Fra i relatori Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Humanitas, Paolo Cavallo Perin, presidente della Società italiana di Diabetologia, Francesco Violi, presidente della Società italiana di Medicina Interna, Zaverio Ruggeri, responsabile del dipartimento di ricerca sull’Aterotrombosi di Scripps Research Institute, La Jolla, Giovanni Davì, professore di Medicina Interna dell’Università di Chieti (per l’elenco completo dei relatori vedere programma allegato).

"Affrontare la prevenzione degli eventi vascolari da trombosi nel paziente con diabete è indispensabile, urgente e possibile - spiega la dottoressa Lidia Rota, responsabile del Centro Trombosi di Humanitas e presidente di ALT - Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari - e solo la ricerca potrà dare le risposte che forniranno al clinico le armi per difendere la salute dei cittadini. Condividere il più possibile le conoscenze in materia di salute permette di acquisire maggiore consapevolezza sulla possibilità di dare non solo anni alla vita, ma qualità agli anni". "Per raggiungere questo obiettivo - spiega il dott. Stefano Genovese, responsabile della Diabetologia di Humanitas - è indispensabile che i clinici e gli scienziati dialoghino fra loro, perché un approccio multidisciplinare è indispensabile per curare al meglio i pazienti e affrontare con la massima efficacia possibile la prevenzione delle malattie cardiovascolari nei diabetici".

Lo stile di vita - attività fisica, alimentazione sana ed equilibrata, niente fumo e poco alcol - ha un enorme impatto sulla probabilità di malattie vascolari da trombosi nella popolazione sana e ancor più nei diabetici: il paziente deve "fare squadra" con il proprio medico, per contribuire a ridurre il rischio.
Sostenere la ricerca scientifica e incentivare la condivisione delle ricerche e delle conoscenze non solo fra specialisti d’organo ma fra clinici, ricercatori di base e farmacologi è un modo per realizzare la vera ricerca traslazionale producendo risultati immediatamente trasferibili sulla popolazione, tenendo conto dell’assetto genetico di ciascuno, delle sue caratteristiche, della risposta ai farmaci: rimane fondamentale la capacità del paziente di comprendere i messaggi dei medici e di programmare cambiamenti nel proprio stile di vita efficaci almeno quanto i farmaci nel ridurre la probabilità di andare incontro a invalidità, disabilità o morte.

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